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Archive for the ‘poilitically in/correct’ Category

Bambini-e-guerra

quale diavolo di guerra
sa interpretare la sommossa
d’un singolo subbuglio sofferente
dove pietre sopra terre morbide
reclamano il diritto
d’ identificazione
debellata dalle loro stesse ossa?

quale dio si permette
di riavvolgere nastri genocidi
onnipresenti in resurrezioni
di doverosi “sapere”
se poi il sangue non si asciuga
nemmeno di fronte al pianto
di consolazione mai raggiunta
d’una madre, d’un padre,
d’un fratello o d’una sorella
ancora qui,
sopra inesistenti tombe d’ariosi ricordi?

l’edera si aggrappa alla natura
come l’umano cordone ombelicale
alle sue origini,
anche nel dolore delle mille tragedie taciute
si soffoca la giustizia a causa dei diritti non concessi.

infinite orecchie ascoltano altrove
intasate da (finte) moralità mordaci
all’insegnamento d’una storia silenziosa,
“-desaparecidos-”
di feti mai nati,
di scrittori e matematici,
di bambini, uomini, donne,
mai vissuti.

per volontà dittatoriale
osannato e acconsentito
dai goderecci e comodi
lussuriosi e governanti benestanti

(compresi i mediocri indifferenti).

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E’ una storia curiosa questa;

Il fumo domina da vette

encomiabili, inattaccabili:

tutto è senza tregua,

nero, tossico, corroborante

è carcinoma (non solo) alla vista:

ogni orizzonte brama

ad una appropriazione indebita

in assenza di verità popolare

… … …

tanto

sono in migliaia ad essere persi

nella disperazione

(STOP alla desolante pubblicità).

 

E’ storia di osservazione,

di un paese che nel dopoguerra

collezionava mattoni per un domani;

erano tutti dignitosamente poveri,

negli occhi avevano tragedie

da vivere e raccontare negli incubi

di ogni stagione:

sarebbe diventata essenza (e vigore)

quella bomba che non li punì

sotto una città che pioveva morte

(STOP alle lezioni di storia).

 

Oggi si racconta d’un giardino addormentato:

le notizie di chi  si affanna

è censura decorosa

ammuffita nell’indifferenza.

L’unica salvezza è la globalizzazione,

l’ apparato tecnico bancario:

manda in vacanza i nostri risparmi

in famosi villaggi turistici sbiaditi

che salterebbero in cenere al minimo

capriccio d’una natura infuriata.

 

E’ una storia d’Italia

di parole promesse

in non-eterne

cassaforte di salvifiche corruzioni:

senza spine e linfe architettoniche.

Nella storia dei millenni a venire

c’è solo il tanfo

di una Costituzione manomessa

anche nell’interpretazione

della sua estrema bellezza:

c’ha pensato la politica ciarlatana (italiana)

a rimare con la nostra profonda ignoranza

(e non esiste uno STOP

alla memoria collaborativa

-quale?-

Tutto procede nella normalità
APPLAUSI!) .

 

E’ una storia disperata questa,

dove impazza solo lo sbuffo

d’una candela stanca e inanimata.

Siamo lega(lizza)ti

ad un battente fumo nero

al fine di non produrre

esistenziali desideri

come una “banale” salute,

un “banale” lavoro retribuito,

una “banale” dignità a cui aggrapparci

in momenti di complessa emarginazione.

Esiste, oggi,

la parabola della allarmante

“ignoranza culturale”:

non sa sbranare con ampie bracciate

tutto questo demonio accartocciato

nella sua avida protezione.

Ma da una croce

arriverà il boato

d’un AMEN liberatorio

di persone cha sanno dare

lo STOP a questi APPLAUSI

globalizzati?

 

Riscrivere la storia

non è cambiare gli eventi.

Capire la storia

è viversi, raccontarsi

nelle esperienze senza alcun timore.

Cambiare la Storia

è lo STOP

d’un futuro già arrivato.

 

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Se non so proteggermi da parole altrui

vuol dire che alla mia porta
sa bussare un fragile abbandono

da qui all’eternità
tutti sanno essere poeti
senza stare necessariamente fermi

(per pura competizione da sbandierare)

molti sono coloro che si nascondono
dietro parole sentite su orizzonti
senza mai afferrare i loro stati d’animo

e troppi , con paure letali
e spesso perdenti,
posseggono conquiste aguzze

giusto o sbagliato (?):

due parole che non amo
ma la loro interpretazione
sanno lasciare sbocchi di allontanamenti
non vincenti per se stessi
ma per coraggio da scoprire
in giunture slegate da (personali) atavici passati.

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Non occorre essere sensibili
al cospetto d’orrori
all’odor di sangue retribuito
in calda accoglienza e protezione
dalle moderne bufere.

S’infrange la legge
di suprema intelligenza
ora che la cultura evoluta si fa strada
su cementificata salvezza
delle infinite specie viventi.

Nulla giustifica
la sofferenza
delle vite innocenti
delle grida penetranti
offesi da derisioni e leggerezze
di mani che uccidono
sotto un alone di grande ricchezza pregiata.

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SCOSSE

Mentre la terra si burla della povera gente

le rovine sotterrano respiri e grida

mozzate a metà

(la vita è su una ghigliottina, si sa).

Riverbero irrispettoso di qualcuno che sorride

al suo portafoglio di parole e promesse:

esistono monumenti da rielaborare con fondi

di concerti poi dimenticati

(le istituzioni sono un circo, si sa).

 

Come una guerra, forse peggio:

ognuno a braccetto con il proprio pallido viso

che ad ogni paura si rimbocca di coraggio,

di sopravvivenza mescolata a miracolosità inerme

(è al destino che appartiene la vita, si dice)

proprio mentre manca (e mancherà per sempre)

il pane, infarinato di polvere e detriti

di parenti, amici, conoscenti

o di chiunque altro visto solo così

senza sorriso o lacrima

l’ uragano si rimbocca le coperte

con la morte improvvisa

(la terra si scuote, è viva, si dice).

 

Tutto il baccano di ricostruzione

si spalma su accuse d’un paese

che affamato di giustizia

piange ancora i morti

su ali che di vorace e forte e bella

non ha ancora ripreso (ancora) a volare…

mentre si piange sempre sull’impotenza

d’un fuori controllo immune da colpe umane

(forse; ma questo non si sa, si dice).

 

 

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Non importa che giorno è oggi.
La sveglia suona anche nei giorni di festa
come oggi, che non è necessariamente domenica.
Giorni uguali a quotidianità rattoppate da doveri
e inseguimento di soldo sporco, letale
d’ogni libertà ormai usurata
dagli incravattati perbene.

Tu dormi ancora nel tuo letto
e mai vorrei farti vedere il vuoto
dei miei occhi che non sanno uscire
da una prigione d’amore
consumata in violenza d’un vizio
che ho lasciato perdere
da quando hai deciso di venire al mondo.

Mi ascolti sovrano nei miei sensi di colpa;
lo trasmetto col mio portarti un pezzo di pane
con una nutella che non potrei permettermi,
ma tutto accetto, tranne quel po’ di buono
che mai oserei togliere ad un palato
che fino all’altro ieri mi rigavi d’emozione il viso
e non riuscivo a trattenermi dal pianto.

I giorni di sole come giorni di pioggia.
Non sanno fare la differenza.
E’ tutto annebbiato da tristezza di solitudine
non condivisa.

Parlano di luoghi lontani tutte queste voci
ammassate nella ricerca di scoop inventati
oltre le semplici verità di immense sofferenze.

E di me si parla poco.
Solo perché sono italiana generosa di vita
alla cui vita non so dare altro che assenza.
Il sostegno è una sabbia mobile che mi sta facendo affogare.
L’italianità e la mia unione con te
spente da bombe lacrimogene
che mi ascolto sullo sguardo anche se buttate a distanza.

Gioia come tristezza.
Non c’è nessuna differenza.

Almeno oggi sto afferrando la mia apatia
incarnata da una scopa che spolvera tutte le sporcizie
d’una ricchezza falsamente raccomandata
in uffici di Gran Ricchezza:
simboleggiano il potere
e la mia schiavitù venduta al miglior offerente.

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occhi, solo occhi
per svestire
forme in prossimità
della porta accanto.

occhi, solo occhi
per schiuderlo distrattamente:
un affascinante
sole eclissato
dal trambusto di una pausa
investendo
la vita altrui
di cuoio bollente
come una cintura
di afoso marchio proprio,
di moda irrilevante,
di notizia,
di boom saltato in aria.

occhi, solo occhi
nel guardare
la povertà altrui
e dir contenti:
^ non tocca a me! ^

marcisce l’Umano,
insieme all’Altruismo
in un ballo
d’ogni momento
sbirciato…
…. …. ….

intorno a noi.
con una mano
nel portafoglio
da tenere gelosamente
custodito
…. …. …. ….
e l’altra
nell’Indifferenza,
nel Far Finta del Non Vedere.

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