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Archive for the ‘Origini’ Category

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Da piccola le piaceva cantare. S’avventurava in cucina con un cucchiaio di legno che fingeva da microfono, tra l’odore appetitoso di sugo al pomodoro e spaghetti in ebollizione che emanavano un profumo del “quasi cotto” in assaggio tra le labbra del papà. Un mangianastri ripeteva ininterrottamente le stesse canzoni e lei, con balletti e giri su se stessa seguiva le parole della musica leggera fino a quando non le aveva assorbite per canticchiarle al di fuori delle mura domestiche: in giardino, a scuola, sui marciapiedi, tra le attese di un tempo del diventare grandi. Spesso accadeva di non saper distinguere le parole. La piccola le traduceva in una lingua di fantasia, in parole senza peso: inglese, italiano, francese, tedesco… non importava il non-senso.
Succedeva così anche con le poesie che imparava e recitava a memoria durante le ore pomeridiane di lingua italiana. Il lunedì ed il venerdì pomeriggio erano i momenti del “10 agosto”, “I gabbiani”, “A Silvia”, “quel Valentino vestito di nuovo…”. Tra l’aria di quelle parole musicali e ritmiche si respiravano solo versi conditi di sensi che sarebbero fioriti dopo, molto dopo.
 Gli spaghetti al sugo erano a tavola. Lei, piccola e boccolosa, di fronte al papà che le serviva in piatto una porzione da grandi dietro i suoi sguardi nascosti e divertiti da tanta vivacità della figlia. Poi, con la scarpetta finale che significava un amorevole grazie, la piccola imitava la smorfia degli occhi buoni del papà, così, per prenderlo in giro amorevolmente e lui rideva alzando le spalle.
La piccola avvertiva con la presenza del papà uno spazio dove correva instancabile verso orizzonti caldi. Si sentiva addosso una libertà infinita che man mano che cresceva diminuiva, si restringeva in un angolo nascosto del suo mondo fatato di esistenza fino ad avvertire il risucchio interiore emotivo causata da gioia, da ebrezza, da euforia pura.
Paura, sofferenza e lacrime erano circoscritte solo nei momenti dei suoi sensi di colpa, quando sapeva di combinare qualche dispetto andando a frugare tra i dolciumi che sua madre nascondeva nell’anta più alta della credenza in soggiorno. Sapeva di averla combinata prima ancora di mangiare le leccornie a cui aspirava, visto che la sua golosità superava qualsiasi piccola regola del “Non si può. Ti vengono i buchini ai denti!” Questa frase educativa di certo non la aiutava. Ne aveva diritto, no? La sfida era un piccolo gioco per lei.
Prendeva la sedia, apriva l’anta della credenza stando attenta a non far nessunissimo rumore (anche se in casa non c’era nessuno… era la mezz’ora del cambio turno dei genitori che si affrettavano a tornare a casa per non lasciarla tanto tempo sola, dato che di baby sitter non se ne parlava), apriva la scatola di cioccolatini esternandola dal sottile strato di plastica trasparente che la avvolgeva e con la sua manualità era attenta a non romperla… poi con gesti teatralmente noncuranti si riempiva la bocca fino a quando la sua capacità di mantenimento scoppiava nel turbinoso vocìo mentale: ”Adesso ancora uno…” Il cioccolato ripieno di quel non si capisce cosa (forse era caramello? Crema di nocciola? Chissà!) si scioglieva di gusto tra i dentini e le mandibole, gli angoli della boccuccia erano leggermente disegnate da righe di tradimento cioccolatoso.
Poi, con altrettanta maestrìa, dopo aver sentito le sinfonie del sapore forte e persistente, chiudeva la scatola dei cioccolatini scocciando lo strato di plastica trasparente in maniera tale da non essere ingannevole di fronte al tatto e agli occhi della madre
Dopo qualche giorno arrivava qualche visita di un connazionale o di Cornelia, la parrucchiera di casa, una ragazza tedesca che gradiva sempre un espresso italiano. La madre della piccola andava a prendere la scatola dei cioccolatini che tradivano ogni volta la fiducia della bambina (“come fa ad essere così buona e poi così vuota e cattiva?”). La madre della piccola per non sfigurare davanti all’ospite offrendo la misera presenza dei dolciumi inscatolati, adagiava i cioccolatini meno gustosi su un piccolo vassoio d’argento insieme ai biscotti di casa che preparava per “ogni imprevisto”. L’imprevisto era puntualissimo: lo sguardo verde della madre invadeva la piccola fino a provare i brividi della paura che sarebbero stati protesi fino alla fine della presenza di Cornelia in casa. La visita andava via e le dita pronte sul sedere arrivavano… puntualissime anche quelle con la voce tuonante di chi non voleva fare brutte figure… ma tanto… dopo qualche ora di pianto ed occhi gonfi e rossi ricominciava la corsa verso orizzonti infiniti dove la sua voce planava e virava con la musica e le parole del mangianastri, contenta, comunque, d’aver avuto il pieno sapore del buono proibito ancora dentro i suoi sensi di bambina. Orgogliosa di non aver avuto nessun rimpianto e… pronta a ripeterne l’esperienza da provare, da esaudire, da gustare; era felice anche dopo aver fissato la profondità degli occhi verdi e severi impresse ancora oggi in un avvolgente ricordo lontano.
E canta… (ancora oggi… canta)

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a mamma

Non mi soffermo solo
su momenti di vita
senza occhi…
su precise traiettorie
di ciglia
conquisto notti di solitudini resistenti
all’oblìo di pianto
e con le sue
(x) primavere
sorvolo pensieri liberi
ostruiti da scogli
graffianti
dove il presente
ricrea arpeggi
di voci
sotto pressioni perdenti
nei fluenti passati.

Dove andrò
non so
.

Forse nell’abbaglio
di toccare libera
la sua emozione
sotto culla di neve
dietro il sipario
di rose
regalate nella sorpresa
di mio abbraccio
inaspettato.

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Si spinse, lui, a guardar la ricchezza
delle sue mani troppo abbandonate
ad un silenzio che non volle
partendo alla ricerca d’una manualità
s_t_r_a_n_i_e_r_a

insicuro sotto un tetto umido di cantina
lo accolse
f_a_m_i_l_i_a_r_e
la presenza d’ una foglia:
non avrebbe mai tremato al suo passaggio
né mai si sarebbe spenta di ossigeno
negli anni
(quei tanti)
che sarebbero arrivati anche in assenza
d’una lettera che mi dedicò
sotto lacrima ribelle quale sono stata
riverbero imperturbabile e vivace.

Oggi in terra straniera
cresce la sua estensione
che forse l’orgoglio ha saputo cancellare
in un assopito soprabito sgualcito ;
tuttavia il suo portamento
ancora si stira addosso al rovescio.
Esiste
ancora
una mano,
ancora
tende fulmineo
ad aggrapparsi a quel tempo
stropicciato di aspettative senza ristoro
ed è quell’oggi che senza vela
s’inarca ad un segreto amore
che sempre veglia.
sopra
dentro
visceralmente
in me.

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SAPORE NATALE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(a Vacri, mio paese d’origine)

 

 

L’aria di casa mia

non ha alcunchè

di vistoso

tra foglie di querce

 

solo quadrifogli

nascosti parlanti

tra le memorie

delle stagioni secolari.

 

Sapori di rugiada

freschi decembrini

e aliti di pollini

tra espressioni coltivate

alle nascite d’alba

e di tramonti primaverili;

 

i rumori

dei trattori raccolgono

frutti ed erbe di fieno

in balli di quadri

pastellati fino al cielo.

 

E tra le infinite memorie

si spogliano gli affanni

dei lavori sui corpi

degli anni…

Mi trovo sola,

come in un sogno

davanti alla montagna

invalicabile, lontana,

innevata anche d’estate,

scruto scheletri

da lontano

tra gli avi delle presenze.

 

Olive spremute

in olio

sulla fetta di pane

provato con il bacio

d’amore sciolto

al sapore desiderato.

Distese dipinte

nel cuore dei miei ricordi

ancora oggi, adesso

vigila con il tocco

per non fuggire

dalle origini

a cui appartengo…

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